Commercialista per la dichiarazione dei redditi 2026: quando serve (e quando puoi farne a meno)

Tempo di lettura 8 min.

Indice

  1. 730 o Modello Redditi PF: quale devi usare nel 2026?
  2. Dichiarazione dei redditi: i casi in cui rischi di sbagliare da solo
    o Regime forfettario: gli errori più comuni
    o Più datori di lavoro nel 2025
    o Affitti e locazioni brevi
    o Redditi sopra 75.000 euro e nuove detrazioni 2026
    o Superbonus e bonus edilizi
    o Criptovalute e dichiarazione 2026
  3. Separazione, eredità, lavoro estero: perché la dichiarazione si complica
    o Separazione o divorzio
    o Eredità e vendita di immobili
    o Lavoro all’estero
  4. Sanzioni dichiarazione dei redditi: cosa succede se sbagli o non presenti
  5. Quando puoi fare la dichiarazione dei redditi senza commercialista
  6. Come posso aiutarti

Ogni anno, in questo periodo, ricevo messaggi da persone che hanno già inviato la dichiarazione e poi si accorgono di qualcosa che non torna: un reddito dimenticato, una detrazione non applicata, un codice sbagliato. Situazioni risolvibili, quasi sempre, ma che si sarebbero evitate con un controllo preventivo.

Questo articolo non è una guida su come fare la dichiarazione da soli, è una guida su quando farlo da soli ha senso e quando no, con i casi concreti che vedo più spesso in studio.

730 o Modello Redditi PF: quale devi usare nel 2026?

Non tutti compilano la stessa dichiarazione, scegliere il modello sbagliato è già un errore.

Modello 730: per lavoratori dipendenti e pensionati con situazioni fiscali semplici. Scadenza 30 settembre 2026. Il rimborso, se spetta, arriva direttamente in busta paga o nella pensione.

Modello Redditi Persone Fisiche: obbligatorio per i titolari di partita IVA o per chi si trova in situazioni non gestibili con il 730. Attenzione: avere più Certificazioni Uniche, redditi da locazione, plusvalenze o investimenti esteri non rende da solo obbligatorio questo modello, perché questi redditi si possono dichiarare anche con il 730. Scadenza 2 novembre 2026 (il 31 ottobre cade di sabato, il 1° novembre è festivo: slitta al lunedì).

Usare il 730 quando si sarebbe dovuto usare il Modello Redditi PF non è una svista innocua: può generare incongruenze che portano a controlli, avvisi bonari o richieste di integrazione da parte dell’Agenzia delle Entrate.

📎 Per approfondire le differenze tra i due modelli, l’Agenzia delle Entrate mette a disposizione guide aggiornate ogni anno nella sezione “Dichiarazioni”.

Dichiarazione dei redditi: i casi in cui rischi di sbagliare da solo

Regime forfettario: gli errori più comuni nella dichiarazione dei redditi

Il regime forfettario sembra semplice e per certi versi lo è. L’imposta sostitutiva è fissa (5% per i primi cinque anni, poi 15%), non c’è IVA da gestire, la contabilità è ridotta al minimo. Ma la dichiarazione nasconde alcune insidie ricorrenti.

Il calcolo degli acconti nel secondo anno di attività.

Nel primo anno di apertura della partita IVA non si pagano acconti. Dal secondo, invece, arrivano tutti insieme: saldo 2025 e primo acconto 2026 in un’unica scadenza estiva, poi il secondo acconto a novembre. Un esempio concreto: supponiamo che nel primo anno tu abbia fatturato e incassato 20.000 euro come consulente (coefficiente di redditività 78%). Il reddito imponibile è 15.600 euro, l’imposta sostitutiva al 15% è pari a 2.340 euro. Nel secondo anno, con la dichiarazione, non pagherai solo il saldo del 2025: pagherai anche il primo acconto 2026, calcolato sull’imposta dell’anno precedente. Tutto insieme, in estate. Chi non pianifica si trova a versare cifre doppie rispetto alle aspettative e la liquidità non sempre regge.

La confusione tra fatturato e incassato.

Nel forfettario vale il principio di cassa: conta ciò che hai effettivamente ricevuto sul conto, non quello che hai fatturato. Se hai emesso una fattura a dicembre 2025 ma il cliente ha pagato a gennaio 2026, quella somma va dichiarata nel 2026, non nel 2025, indipendentemente dalla data della fattura. Chi tiene il conto solo delle fatture emesse rischia di dichiarare un reddito diverso da quello reale. Attenzione anche alle fatture a cavallo d’anno: dal 2024 vale una regola specifica per i compensi di lavoro autonomo soggetti a ritenuta d’acconto. Se il pagamento è stato disposto dal sostituto d’imposta entro il 31 dicembre 2025, il compenso va dichiarato nel 2025, anche se l’accredito sul conto del professionista arriva nei primi giorni di gennaio 2026.

Il codice ATECO errato.

Deve corrispondere all’attività effettivamente esercitata: non capita quasi mai, ma il codice potrebbe essere diverso da quello della partita IVA; in questi casi occorre procedere a una variazione dati IVA e adeguare il coefficiente di redditività previsto per quella categoria. Un codice non aggiornato genera incongruenze con i dati dell’Agenzia delle Entrate.

Le perdite pregresse dimenticate.

Se prima di entrare nel forfettario hai avuto un periodo in regime ordinario spetta anche se prima si era in regime semplificato con perdite fiscali, puoi compensarle fino all’80% del reddito imponibile, verificando natura della perdita, anno di formazione e regime applicato. È un vantaggio che molti non sanno di avere. ✅ Checklist forfettario: cosa verificare prima di inviare:
  • Tutti gli importi dichiarati sono quelli effettivamente incassati (non le fatture emesse)
  • Il codice ATECO corrisponde all’attività effettivamente esercitata
  • Sono state calcolate correttamente le date e gli importi degli acconti
  • Sono state considerate eventuali perdite da anni in regime ordinario
  • I contributi previdenziali versati sono stati correttamente dedotti

Più datori di lavoro nel 2025: cosa cambia nella dichiarazione

Se hai cambiato lavoro nel 2025, o hai avuto più rapporti nello stesso anno, probabilmente hai più Certificazioni Uniche: anche in questo caso puoi comunque utilizzare il 730, sommando i redditi delle diverse CU. Il problema è che ogni datore di lavoro calcola le ritenute solo sul proprio reddito, senza conoscere gli altri. Il totale dei redditi sommati può collocarti su scaglioni IRPEF più alti, con un conguaglio da pagare che spesso sorprende chi non se lo aspettava.

Affitti e locazioni brevi: come dichiararli correttamente

Affitti ordinari o in cedolare secca, locazioni brevi tramite piattaforme (Airbnb, Booking), immobili di proprietà all’estero: ogni situazione ha le sue regole e i suoi quadri specifici. I dati sulle locazioni brevi vengono sempre più acquisiti direttamente dalle piattaforme dall’Agenzia delle Entrate, omettere questi redditi è uno degli errori più frequentemente intercettati dai controlli automatici.

Redditi sopra 75.000 euro: le nuove detrazioni 2026 che cambiano tutto

Dal 2026 è in vigore il riordino delle detrazioni: per chi supera questa soglia scatta un tetto massimo alle spese detraibili al 19%, che varia in base al reddito e al numero di figli a carico.
Reddito complessivo Tetto massimo spese detraibili
Fino a 75.000 euro Nessun limite aggiuntivo
Da 75.000 a 100.000 euro D14.000 euro
Oltre 100.000 euro 8.000 euro

Le spese sanitarie sono escluse da questo meccanismo, ma mutuo, ristrutturazioni, assicurazioni, e istruzione rientrano nel conteggio. Applicare detrazioni non più spettanti espone a richieste di restituzione delle somme da parte dell’Agenzia.

Superbonus e bonus edilizi: gli errori più frequenti in dichiarazione

Superbonus, ecobonus, sismabonus, bonus ristrutturazioni: se hai usufruito di queste agevolazioni, le rate annuali di detrazione vanno indicate correttamente ogni anno in dichiarazione.

Gli errori che vedo più spesso:
Rata di detrazione nell’anno sbagliato o non riportata. Le detrazioni si spalmano su 4 o 10 anni a seconda del bonus. Saltare una rata significa perderla: non è recuperabile negli anni successivi.

Confusione tra detrazione diretta e cessione del credito. Chi ha ceduto il credito non deve esporre la detrazione in dichiarazione, il diritto è già stato trasferito. Chi invece ha mantenuto la detrazione deve riportarla ogni anno. Mescolare le due situazioni genera errori che l’Agenzia intercetta.

Dati dell’immobile incoerenti. Anche un errore nel codice fiscale, nell’importo o nell’anno della spesa può creare problemi in fase di controllo, come confermato dallo stesso provvedimento dell’Agenzia delle Entrate del 17 luglio 2026 sul nuovo modello per la cessione dei crediti Superbonus.

📎 Approfondimento: Agenzia delle Entrate — Superbonus

Criptovalute e dichiarazione dei redditi 2026: cosa devi sapere

Il Modello Redditi 2026 (redditi 2025) ha introdotto nel Quadro T una sezione specifica per le plusvalenze da cripto-attività.

Il quadro T va compilato solo se nel 2025 hai realizzato plusvalenze dalla cessione di attività finanziarie, comprese le cripto-attività e queste plusvalenze puoi dichiararle anche con il modello 730, non è obbligatorio il Modello Redditi. Il quadro W del 730 (o il quadro RW del Modello Redditi PF) va invece compilato per dichiarare il possesso delle cripto-attività, e più in generale di tutte le attività detenute all’estero.

Se hai realizzato plusvalenze nel corso del 2025, scatta la tassazione al 26%: dal 1° gennaio 2025 non c’è più la soglia di esenzione di 2.000 euro. Non dichiarare questi redditi è un rischio concreto: l’Agenzia delle Entrate acquisisce sempre più dati dagli exchange tramite accordi di scambio automatico di informazioni.

📎 Riferimento normativo: D.Lgs. 209/2023 (riforma fiscale internazionale) e Legge di Bilancio 2023, che ha introdotto la disciplina fiscale organica sulle cripto-attività.

Separazione, eredità, lavoro estero: perché la dichiarazione si complica

Separazione o divorzio avvenuto nel 2025

Cosa cambia in dichiarazione: le detrazioni per i figli a carico devono riflettere gli accordi di separazione o le disposizioni del giudice. Se l’affido è condiviso e non c’è un accordo scritto diverso, la detrazione si divide al 50% tra i genitori. Spesso invece uno dei due la applica al 100% per inerzia — e l’altro fa lo stesso. Il risultato sono due detrazioni per lo stesso figlio, che l’Agenzia delle Entrate incrocia e contesta.

Cambia anche la gestione degli immobili: la casa coniugale assegnata all’ex coniuge deve essere correttamente indicata (o esclusa) dalla dichiarazione di chi era proprietario. Le conseguenze di un’indicazione errata possono essere un IMU non dovuta pagata, o al contrario una detrazione per abitazione principale applicata su un immobile che non lo è più.


Eredità e vendita di immobili

Qui c’è un equivoco diffuso che vale la pena chiarire subito: gli immobili ricevuti per successione sono esenti da tassazione della plusvalenza, anche se vengono venduti subito dopo. Non importa quanto tempo è passato dall’apertura della successione.

Un esempio: Marco eredita dal padre un appartamento con valore dichiarato in successione di 180.000 euro e lo rivende dopo un anno a 230.000 euro. I 50.000 euro di differenza non sono soggetti a tassazione — l’immobile proveniva da successione.


Attenzione però a due eccezioni importanti:

La prima riguarda gli immobili che hanno beneficiato del Superbonus (introdotta dalla Legge di Bilancio 2024): se vengono venduti entro 10 anni dalla fine dei lavori, la plusvalenza può essere tassabile. Vendita nei primi 5 anni con sconto in fattura o cessione del credito: i costi del Superbonus non si deducono dalla plusvalenza. Vendita tra 6 e 10 anni: si deduce solo il 50% delle spese.

La seconda riguarda gli immobili ricevuti in donazione: i 5 anni di esenzione si calcolano a partire dall’acquisto originale del donante, non dalla donazione. Se il donante aveva l’immobile da meno di 5 anni, il donatario subentra nel rischio plusvalenza.


Lavoro all’estero o periodi di distacco

È una delle situazioni più sottovalutate. Chi ha lavorato all’estero nel 2025, ma è rimasto fiscalmente residente in Italia, è tenuto a dichiarare qui tutti i redditi prodotti ovunque nel mondo: è il cosiddetto principio della tassazione mondiale (World Wide Taxation Principle).

Cosa rende questa situazione complessa in dichiarazione:

  • La regola dei 183 giorni: La verifica della residenza fiscale non si esaurisce nella mera regola dei 183 giorni né nella sola iscrizione anagrafica: occorre considerare i criteri previsti dalla normativa interna, tra cui iscrizione anagrafica, domicilio e residenza nel territorio dello Stato per la maggior parte del periodo d’imposta.
  • Le Convenzioni contro le doppie imposizioni: Le Convenzioni contro le doppie imposizioni possono stabilire quale Stato abbia il diritto di tassare il reddito da lavoro e con quali modalità debba essere evitata la doppia imposizione. Ignorare la Convenzione applicabile può portare a errori dichiarativi o al pagamento di imposte non dovute.
  • Le retribuzioni convenzionali: per i lavoratori dipendenti distaccati all’estero in via continuativa, la base imponibile IRPEF può essere calcolata su importi forfettari stabiliti annualmente dal Ministero del Lavoro, spesso più vantaggiosi della retribuzione reale.
  • Il credito per imposte estere (art. 165 TUIR): se hai già pagato tasse all’estero sullo stesso reddito, hai diritto a un credito d’imposta in Italia, ma va calcolato e inserito correttamente in dichiarazione, altrimenti viene perso.

📎 Riferimento: Agenzia delle Entrate — Lavoratori con redditi esteri e Circolare AE n. 20 del 4 novembre 2024 sulla residenza fiscale.

Sanzioni dichiarazione dei redditi: cosa succede se sbagli o non presenti

Dichiarazione tardiva (presentata entro 90 giorni dalla scadenza): si considera ancora valida, ma va regolarizzata con il ravvedimento operoso pagando una sanzione fissa di 25 euro, più le eventuali imposte non versate con sanzioni per tardivo versamento e gli interessi maturati.

Dichiarazione omessa (oltre i 90 giorni): la sanzione ordinaria è pari al 120% dell’imposta dovuta, con un minimo di 250 euro. Se non risultano imposte dovute, la sanzione va comunque da 250 a 1.000 euro. Può compromettere in modo rilevante la possibilità di far valere crediti o rimborsi.

Errori nella dichiarazione già inviata: si corregge con una dichiarazione integrativa, presentabile entro cinque anni. Ma se l’errore ha generato un’imposta non versata, si applicano sanzioni e interessi ridotti solo se ci si muove prima che arrivi un accertamento. Vale sempre la regola: prima si corregge, meno si paga.

Un punto che spesso sfugge: un errore fatto in buona fede costa esattamente come uno fatto per negligenza. L’Agenzia delle Entrate non distingue l’intenzione.

Quando puoi fare la dichiarazione dei redditi senza commercialista

Essere onesta mi sembra doveroso: non tutti hanno bisogno di un commercialista per la dichiarazione.

Se sei un lavoratore dipendente con un solo datore di lavoro per tutto il 2025, nessun immobile da dichiarare al di là della prima casa, nessun cambio di situazione familiare nell’anno, e spese standard (sanitarie, mutuo prima casa, spese scolastiche) il precompilato dell’Agenzia delle Entrate è uno strumento sufficiente. L’importante è non accettarlo a occhi chiusi: vale la pena scorrere ogni voce prima di inviare.

Se invece ti ritrovi in uno qualsiasi dei casi descritti sopra, il costo di un professionista è quasi sempre inferiore a quello di un errore, sia in termini economici che di tempo e stress per rimediare.

Come posso aiutarti

Quando un cliente mi porta la sua situazione, non mi limito a compilare moduli. Guardo l’anno nel suo insieme: i redditi, le spese, le scadenze degli acconti futuri, le deduzioni e detrazioni che forse non ha considerato. Spesso emerge qualcosa.

Se vuoi un confronto sulla tua situazione prima della scadenza, contattami direttamente: trovi i riferimenti nella pagina contatti di FKG Consulting.

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